Sono mancina, ho osservato la mia/nostra scrittura.

di Claudia Leidi Pandini, grafologa forense

Sono mancina. Lo sono sempre stata, con quella naturalezza un po’ orgogliosa di chi ha imparato presto che il mondo è stato progettato per qualcun altro, ma che ci si adatta.

Ho trascorso oltre vent’anni ad analizzare le scritture altrui. Tratti, pressioni, ritmi, inclinazioni: tutto diventa testo da leggere, sotto uno sguardo grafologico. Eppure, per lungo tempo, ho lasciato la mia scrittura in una zona d’ombra.

Poi un giorno mi sono fermata davanti a un mio foglio e ho cominciato a leggere.

Il cervello che scrive al contrario (o forse no)

Prima di parlare di grafologia, vale la pena fare un passo indietro, nella la testa.

I mancini rappresentano circa il 10-12% della popolazione mondiale. Quello che spesso non si dice è che la lateralizzazione non riguarda soltanto quale mano si preferisce usare: riguarda il modo in cui il cervello è organizzato. Nei destrimani, il linguaggio è quasi sempre lateralizzato nell’emisfero sinistro. Nei mancini, la distribuzione è molto più variabile: circa il 70% ha dominanza linguistica sinistra come i destrimani, mentre il restante 30% mostra una rappresentazione bilaterale o destra, cioè una rarità neurologica che porta con sé conseguenze tutt’altro che banali.

Le neuroscienze degli ultimi decenni hanno documentato come questa diversa architettura cerebrale si traduca in stili cognitivi spesso più flessibili, con una maggiore tendenza all’integrazione emisferica. Studi hanno mostrato che il fascio di fibre che collega i due emisferi, tende ad essere più sviluppato nei mancini, favorendo una comunicazione interemisferica più intensa.

Cosa c’entra tutto questo con la scrittura? Molto più di quanto si pensi.

Il gesto grafico del mancino: una meccanica diversa

Scrivere è un atto motorio complesso. Il gesto grafico nasce da un impulso nervoso che percorre una catena lunga e articolata: corteccia motoria, cervelletto, midollo, nervi periferici, mano. Ogni anello di questa catena porta l’impronta della persona.

Per il mancino, però, c’è una particolarità meccanica immediata: la scrittura occidentale quella da sinistra a destra, non segue la direzione naturale del gesto articolare del braccio sinistro, che tenderebbe a muoversi in senso opposto. Questo costringe ogni mancino a trovare un proprio compromesso posturale, e le soluzioni che il corpo elabora nel tempo non sono tutte uguali.

C’è chi scrive con la mano sotto la riga avanzando con un movimento di adduzione del braccio, con la penna che punta verso destra in modo apparentemente analogo al destrimano. Il problema, in questo caso, non è tanto la direzione quanto il fatto che la mano scivola sul tratto appena eseguito, coprendo e a volte trascinando l’inchiostro ancora fresco. C’è invece chi sviluppa l’impugnatura cosiddetta a uncino dove il polso ruotato verso l’alto, la punta della penna orientata verso il basso o verso sinistra. In questo caso il gesto da sinistra a destra diventa una vera e propria trazione laterale, con una tensione muscolare e una distribuzione della pressione sul foglio del tutto peculiari.

Queste differenze biomeccaniche non sono dettagli e si riflettono in modo visibile su diversi parametri grafologici:

La pressione tende a distribuirsi in modo differente, laddove il destrimano esercita una pressione più uniforme nel tratto orizzontale, il mancino può mostrare variazioni legate alla trazione del gesto, con picchi di intensità in punti diversi del tracciato.

L’inclinazione è spesso un processo di discussione. Molti mancini sviluppano una scrittura verticale o leggermente sinistrorsa, come adattamento naturale alla meccanica della mano. Leggere un’inclinazione sinistrorsa in un mancino senza tenere conto di questo fattore significherebbe commettere un errore interpretativo importante.

La continuità del gesto e la velocità risentono degli anni di adattamento: un mancino che non ha mai subito correzioni coercitive tende a sviluppare un ritmo grafico più personale, a volte più irregolare in superficie, ma più autentico nella struttura profonda.

Quello che ho trovato nella mia scrittura

Quando mi sono messa ad analizzare i miei fogli con la stessa attenzione che riservavo ai miei casi professionali, la prima cosa che ho dovuto fare è stata decostruire i miei automatismi interpretativi. Perché la tentazione è applicare la griglia standard, quella calibrata su decenni di campioni prevalentemente destrimani.

Ho trovato quello che mi aspettavo in parte: una pressione intensa e selettiva, distribuita in modo non convenzionale. Un ritmo che oscilla tra momenti di grande controllo e aperture improvvise, quasi distratte.

Ho trovato anche qualcosa che non mi aspettavo: la scrittura di una mancina che per anni ha scritto pensando come una destrimana, perché così insegnavano, così era il modello e così ci si adattava. Tutto questo lascia tracce sulla spontaneità del gesto, una certa rigidità acquisita in alcuni tratti che non appartiene al temperamento, ma alla storia scolastica.

La questione dell’interpretazione: un avvertimento

Questo richiede una consapevolezza metodologica molto precisa: alcuni parametri vanno letti tenendo conto della variabile laterale. L’inclinazione, la direzione del tratto, la gestione dei margini possono avere cause meccaniche che in un destrimano non esistono e ignorarlo porta a interpretazioni distorte, non corrette.

È un campo in cui la ricerca grafologica ha ancora molto da fare. E nel frattempo, chi lavora su scritture di mancini — in ambito forense, clinico o personologico — deve procedere con una doppia cautela: quella del metodo e quella dell’umiltà.

Una nota finale, personale

Analizzare la propria scrittura è un esercizio strano. C’è qualcosa di vertiginoso nel trovarsi contemporaneamente come soggetto e come osservatore, eppure ogni tanto vale la pena farlo per ricordare quanto sia umano il gesto grafico: imperfetto, adattato, plasmato dalla storia di ognuno. Anche dalla mia.

Sono mancina e la mia scrittura lo racconta, a chi sa leggere.

Claudia Leidi Pandini è grafologa forense e consulente tecnico di parte e d’ufficio. Svolge attività peritale in ambito civile e penale, formazione e ricerca nell’ambito della grafologia personologica e forense.